ABBAZIA DE' FRONDIGLIOSI - CASTELPLANIO
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29.04.2009
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23.03.2009
ArtèFoto Press Release
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23.03.2009
Press Release | 'La Vida Loca' by Christian Poveda
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23.03.2009
Press Release | Francesco Zizola’s workshop
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23.03.2009
Press Release | Lorenzo Maccotta’s workshop
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07.03.2009
Born Somewhere (by Sandro Parmiggiani) – in Italian

06.03.2009
Francesco Zizola (by Robert Delpire) – in English

05.03.2009
Christian Poveda, le 'Scorzese' du documentaire (de Alain Mingam) – in French

national press office: Giorgia Barchi - T: (+39) 349 4713058
press office for Le Marche: Mauro Luminari
international press office: Daniela Quaresima - T: (+353) 086 8875119
07.03.2009
Born Somewhere

(by Sandro Parmiggiani)

Ci guardano, i bambini che Francesco Zizola ha fotografato nelle terre del mondo.

Ci guardano con occhi che esprimono sentimenti opposti: quelli avidi d’affetto di chi è al margine della vita, e combatte ogni giorno la sfida della sopravvivenza, e quelli assenti, colmi di una stanchezza senza fine, di chi è stato costretto, magari dalle smanie di successo dei genitori, a dismettere la condizione di bambino per entrare nel presunto mondo dorato della televisione, del cinema, della moda.

Ci guardano, soprattutto, i bambini sfregiati dal cinismo, dalla corsa al denaro, dalla mancanza di compassione che governano il mondo: i bambini cacciati dalla propria terra, profughi in una terra straniera, o quelli che recano nel corpo le mutilazioni causate da una delle tanta guerre che quotidianamente si svolgono nel pianeta.
Ci guardano i bambini sbattuti negli orfanotrofi o approdati nei riformatori, i bambini sfruttati, che lavorano in condizioni che nemmeno per un adulto sarebbero sopportabili, i bambini che hanno la strada, e non una casa, come unico abituale rifugio, o quelli ridotti a cercare nelle immondizie qualcosa con cui sfamarsi.
Ci guardano i bambini colpiti dall’Aids e quelli, nei cui occhi ogni innocenza è perduta, immolati sull’altare dell’industria del sesso, o storditi dagli effluvi della colla che inalano. E, in qualche immagine, ecco i corpi senza vita dei bambini, che giacciono sulla terra, e non possono più guardarci.

Quando si parla di fotografia c’è un pregiudizio diffuso. Giacché si amano fare delle classificazioni, stilare graduatorie e fornire etichette interpretative, ci sarebbero una fotografia, e fotografi, che fanno ricerca artistica, mossi esclusivamente dall’intento di fare arte utilizzando il mezzo fotografico, indi una fotografia, e fotografi, che catturano frammenti della realtà e della vita, cercando di afferrare brandelli di poesia, e infine il fotoreportage, e i fotografi che lo praticano, che in qualche modo sono ingabbiati dalla necessità di documentare visivamente un fatto mentre si svolge, una realtà che è un frenetico divenire.

Davanti alle foto di Francesco Zizola, fotoreporter che ha lavorato con l’agenzia Magnum fino al 2005, e ha ricevuto, tra gli altri, il premio della World press photo nel 1996, per una foto delle miniere dell’Angola, inclusa in questa mostra, presto si capisce che le categorie interpretative cui si alludeva sono assai poco utili per comprendere e amare la fotografia-così come lo sono le etichettature che vengono disinvoltamente usate da tanti "chierici" per evitare di misurarsi con il corpo dell'opera d'arte espositiva, ha scelto di riservare alla fotografia un posti di rilievo nei suoi programmi, ha presentato nel passato due mostre, una dedicata ad Eugene Smith e l'altra a James Natchwey, alle quali idealmente questa esposizione di Francesco Zizola si collega.

C'è infatti un'affinità profonda tra le fotografie di Smith, di Nachtwey e di Zizola - sono certo che James e Francesco sottoscriverebbero l’ambizioso proponimento che Smith affidava al suo mestiere di fotoreporter: "Il modo più efficace per essere un buon giornalista è cercare di essere il miglior artista possibile".
Ci hanno dimostrato, Smith, Nachtwey e Zizola, che si può essere, insieme, fotoreporter e artisti quando non ci si accontenta di cogliere le apparenze, ma ci si vuole calare nella verità, spesso oscura, delle cose, scegliendo di stare dalla parte dell’ombra, in una sorta di terra di esilio, dove meglio si può vedere il nulla che se ne sta alla luce "ufficiale", ed invece percepire l’umano che s'annida in tutto ciò che abitualmente viene rimosso, dimenticato, amputato dal modo convenzionale di guardare il mondo.

Come per Smith e Nachtwey, due maestri della fotografia del Novecento, possiamo subito comprendere che l’occhio di Zizola è segnato da un giudizio etico e da un sentimento di compassione umana per ciò che si va vedendo. Ecco l’origine profonda – aldilà delle abilità di saper inquadrare, di cogliere sempre un elemento, un perno attorno a cui ruota l’immagine, che sempre si fonda sui contrasti tra luce e ombra - del modo di Zizola di essere artista.

Le sue fotografie ci entrano dentro per restare: lui ha saputo misteriosamente farvi transitare, imprimervi i suoi pensieri e i suoi sentimenti, ed ora esse sono sì un documento, uno specchio e una testimonianza di un momento di verità, ma anche una denuncia e una sfida all’insensibilità di chi cinicamente ritiene che "così va il mondo", e che nulla si possa fare per cambiarne il corso e quello che pare un destino, doloroso e immodificabile, di milioni di persone.

06.03.2009
Francesco Zizola

(by Robert Delpire)

Le pubblicazioni specializzate e gli incontri discutono molto sull’evoluzione della fotografia e sul fatto che la fotografia di ieri non ha niente a che vedere con la quella di oggi.
Non concordo. Sono ben consapevole del discusso passaggio dalla narrazione al concetto, degli sforzi di alcuni fotografi di bilanciare la scala scivolosa che porta all’estetismo puro. Non credo che la differenza tra analogico e digitale possa essere ignorata, ma resto dell’avviso che la profonda natura dei fotografi non sia cambiata.

Già dall’inizio del secolo ci sono stati fotografi attenti e dal cuore sensibile, fotografi il cui scopo non era quello di decorare le pareti di un museo per la propria personale soddisfazione, ma piuttosto per mostrare, attraverso l’uso della pellicola come rivelatore di verità, come l’uomo possa essere una minaccia per l’umanità, per i bambini, come gli uomini possano morire per mancanza di cibo e amore.
No, la fotografia non è cambiata. Lewis Hine e Jacob Riis hanno un fratello. Il suo nome è Francesco Zizola.”

 

05.03.2009
Christian Poveda, Le "Scorzese" du documentaire
(de Alain Mingam)

Christian Poveda n’a jamais oublié le photo-journaliste qu’il fût dans les années 1980, au Chili, au Nicaragua, en Argentine, au Salvador au cœur d’une Amérique latine en pleine guerre civile successive.

Toujours 'at the right time at the right place' il y a quelque chose en lui d’un Scorcese du documentaire au plus prés, en permanence, des noirceurs de l’âme humaine, chères à Norman Mailer dans le jardin des USA.

'Infiltré' lui-même jusqu’au cou dans la vie de la 'Mara Salvatrucha 18' il manie la caméra avec un sens de la proximité qui lui rend impossible la réalisation de 24 mensonges par seconde selon le mot de Godard. Non, car fidèle à son éthique de journaliste s’interdisant la moindre caricature, mais sans complaisance aucune, son regard fait de tous les acteurs d’un scénario criant de vérité filles et garçons, les héros tragiquement ordinaires d’un réel jamais révélé.

Le regard de Christian Poveda est aussi acéré que la pointe de l’aiguille,qui cisèle sur leur peau comme ses images sur la pellicule, tous les signes tatoués de leur appartenance à cette famille de substitution qu’est le gang.

Pour imprimer ou incruster à jamais dans notre conscience de passionné de ’cinéma–vérité’ la marque indélébile d’un voyage jusqu’alors impossible au bout d’un nouvel enfer au quotidien. Celui d’une violence pour la violence des ’despèrados’ d’une société, stars anonymes et victimes consentantes de la chronique d‘une mort annoncée.

 
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